|
Varanasi, 4 gennaio 2012
Vi scrivo seduta su un terrazzo affacciato sul Gange, dai Ghat sottostanti giunge un vociare allegro e le barche scorrono placide lungo il fiume. La quiete armoniosa di questo luogo è una delle esperienze più significative che ho potuto provare in questa vita... Il nostro itinerario ha preso le mosse da New Delhi, quindi abbiamo proseguito per Dharamsala, Varanasi, Bodhgaya e Sarnath. Domani faremo ritorno a Delhi e quindi nuovamente in Italia. Due settimane non sono molto tempo, ma bastano per cambiare molte prospettive. Spero in queste poche righe di riuscire a trasmettervi almeno una scintilla di questa realtà, anche se tutta questa Vita è difficilmente riducibile a un pensiero scritto... Chiariamo subito che l'India è tutt'altro che una realtà idilliaca, occorrono almeno due o tre giorni per "abituarsi" alla miseria atroce in cui versano le creature che popolano le periferie delle grandi città o i vecchi Bazaar dei centri storici. Tutto questo è posto in risalto da un contrasto ancor più forte, dato dalle ottime condizioni di vita della "middle class" indiana e delle caste più elevate. I figli di questi ceti hanno accesso a forme di istruzione privilegiate e financo osservando i mezzi di trasporto da e per le scuole è possibile individuare subito l’estrazione sociale dei bambini che le frequentano. I poveri a Nuova Delhi sono tenuti lontano dai quartieri "bene" dall'esercito, lo stesso che sorveglia le sale del Museo Nazionale della Capitale (pensare che in molte città europee abbiamo gli anziani volontari…!). Dunque alcuni, piuttosto in pochi, conducono una vita tranquilla all’insegna del nuovo (ad esempio i giovani delle grandi città si sono affrancati dai matrimoni combinati), scimmiottando il consumismo deteriore degli occidentali - se vogliamo con qualche punta di folklore in più (a questo doveva portare il benessere?), mentre molti altri s'arrabattano per sopravvivere in qualche pertugio in una tenda o direttamente sulla terra polverosa e ricoperta di rifiuti, pronta a trasformarsi in melma dopo un acquazzone notturno. Date queste condizioni, è evidente che migliaia di persone <devono> vivere del "turismo della spiritualità " che ha trasformato il volto dei luoghi santi indiani, deturpandolo. Qui, come in Italia (pare a volte, qui a Varanasi, di stare in una Palermo all'ennesima potenza, con tutti i pro e i contro che la contraddistinguono), il turista è visto come un limone da spremere fino all'ultimo, e la vera fatica, oggi, per chi viaggia in questa terra, è riuscire a sottrarsi a questa "macchina mangiasoldi" che uniforma tutto. Ma c'è una via d'uscita! Con un <buono> spirito di adattamento, appresa qualche parola elementare di hindi, è sufficiente mostrarsi incuriositi con qualche domanda che vada oltre le attività preconfezionate, dunque essere se stessi e aprirsi agli altri, e il gioco è fatto: queste persone sanno essere di una generosità sorprendente, senza barriere, ed è qui che si svela la proverbiale magia di questi luoghi, e stare insieme a guardare il fiume o la montagna basta a tutti per gioirne in silenzio. È stato magnifico sostare presso la gente tibetana in esilio a Dharamsala e godere del raccoglimento di quei monti, ritrovarsi poi in mezzo a migliaia e migliaia di pellegrini a Bodhgaya, per compiere la skor ba (pron. kora) del tempio e poter toccare l'albero della Bodhi. È veramente un luogo che sprigiona un'Aura potente, così come la Madre Ganga qui a Varanasi. È splendido il rapporto che questa gente ha con il fiume: vi rivolgono le loro preghiere almeno due volte al giorno, lo usano per le loro abluzioni quotidiane, per lavarvi i panni, per abbeverarsi e, come sapete, per liberarvi i resti dei defunti. Dopo qualche alba e qualche tramonto seduti a contemplare questo spettacolo appare tutto estremamente naturale, e ogni dolore si cheta, si scioglie in queste acque che lentamente procedono alla foce. Se poi si attraversa il fiume con una piccola barca, si scopre una realtà campestre fuori dal tempo, dove i turisti non arrivano e nemmeno l'inglese, e basta un sorriso per essere subito amici. Il sorriso dei bambini di questa terra è senz'altro il regalo più bello che serberò stretto, insieme con il fruscio dei loro aquiloni che corrono sul fiume, così come lo sventolio delle bandiere di preghiera tibetane che si unisce al canto del vento tra gli alberi, nella quiete dei monti di Dharamsala. Vi abbraccio forte con l'augurio di un luminoso 2012, da questo luogo di Pace. Namasté!
Liala |
|
Che cos'è una co-incidenza? Chi o che cosa co-incide? Persone, fatti, luoghi, immagini o anche pensieri, ricordi, ciò che compone il mondo interiore e quello esteriore talvolta tende a bi-locarsi, ad avvenire simultaneamente, come per magia, incidendo a volte nella nostra vita in maniera marcata, scolpita ad arte perfino. Niente di nuovo per altro, tanto i mistici di ogni tempo quanto le onde-particelle della meccanica quantistica, corrono il rischio di essere due volte. Bene, ma che c'entra tutto questo con una lettera dalla Russia? Anni fa, in occasione della mia tesi di laurea, pur avendo allora interessi filosofici assai diversi, mi successe alla fine di imbattermi in Pavel Florenskij. E di rimanerci. Dire Florenskij, in Italia, significa dire anche Elémire Zolla. Un pensatore che incontrai per la prima volta in quella circostanza e lì lo lasciai. Negli anni seguenti, la volontà di continuare gli studi concernenti la soglia del confine tra visibile e invisibile, l'incontro di fenomeno e noumeno, l'intreccio di veglia e sogno, di tempo ed eternità mi impose nuovamente il filosofo russo. Allora capii che questo personaggio si era in qualche modo a me affezionato e che liberarmene sarebbe stato difficile. Dopo il Dottorato infatti, seppur in maniera differente e di fatto più originale, l'eterno ritorno dell'archetipo Florenskij scese di nuovo ad intromettersi nel mio cammino (pur continuando ad occultare cautamente l'ombra di Zolla, serbandola per un momento ulteriore). Gli studi erano finiti, ora occorreva un lavoro. Cercarlo in Italia era impresa alquanto ardua e che per di più nemmeno mi attraeva, propormi all'estero avrebbe invece voluto dire abbinare al lavoro l'esperienza umana: questo sì, questo mi attirava enormemente di più. Così dalla mia casella di posta elettronica partirono cv in ogni direzione. Scrissi a Istituti, Scuole e Università nei posti più disparati del pianeta da Oriente a Occidente, quando alla fine, un giorno, arriva una telefonata da Mosca: erano i primi di luglio del 2009. Il mese successivo ero già in Russia. Mai e poi mai avrei pensato di finire qui. Ma il problema è quando pensiamo… Forse dovremmo invece lasciarci guidare dai segni lungo la Via, questa baudelairiana foresta di simboli va infatti percepita, letta, ascoltata - se infatti sta parlando ci sarà pure un motivo no? Mosca dunque, Mosca da due anni, due anni stupendi.
|
|
Read more...
|
|
Come molti di voi sanno, mi trovo nei Paesi Bassi per necessità di lavoro. Il sapere iper-specifico in cui mi sono specializzato, e cioè le varie vicende del pensiero cristiano tardoantico nelle sue trasformazioni tra lingua greca e siriaca (aramaica, in parole povere), veniva richiesto precisamente qui: ho deciso di prendere l'occasione e vedere cosa poteva offrirmi l'avventura. Ho scelto per vivere una quieta cittadina universitaria, Leiden, il cui nome ritroverete più avanti, soprattutto perché poteva garantirmi una enorme biblioteca universitaria in cui lavorare quietamente tra tutti i libri di cui avevo bisogno. Un'esperienza magnifica, provenendo dal ben fornito ma dispersivo cosmo padovano. Mentre lì una piccola ricerca poteva prendere un giorno di spostamenti tra biblioteche ecclesiastiche deserte difese ombrosamente da parrocchiani incompetenti, dipartimenti e studi blindati di baroni universitari, in ogni angolo della città, qui, con un sistema semplice e altamente tecnologizzato, in un solo posto, ovattato e sicuro, si hanno tutti (ma veramente tutti, o quasi) i libri immaginabili per uno studio umanistico serio e approfondito, in pressoché qualsiasi campo. E i sereni bibliotecari sono sempre pronti ad aiutare con un sorriso. Peraltro, l'intera biblioteca è aperta fino a mezzanotte, e riapre alle otto del mattino seguente.
|
|
Read more...
|
|
Una lettera da Londra è un esercizio che involontariamente mi ricorda almeno due libri, uno di Alberto Arbasino e uno di Ugo Foscolo. Che mi ricordi Ugo Foscolo non è un caso, visto e considerato che da qualche mese studio la traduzione foscoliana del Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne. Ad ogni modo, sia Arbasino che Foscolo hanno scritto delle lettere da Londra, ed entrambi i testi raccolgono impressioni, incontri, riflessioni e racconti che parlano di una Londra sorprendentemente ancora attuale. La prima lettera da Londra di Alberto Arbasino descrive un polveroso e fumoso incontro avuto con T. S. Eliot, nel suo studio della Faber and Faber. Eliot infatti non è stato solo un poeta e saggista dai poteri straordinari, ma anche un redattore devoto. L’allora giovanissimo scrittore italiano descrive una stanzina piccola piccola, affollata di libri e portacenere, dove Eliot, quasi sommerso dal suo caos editoriale, lo accoglie dimessamente. Londra non è la città di T. S. Eliot, ma volendo è possibile ricostruire un percorso eliotiano. A partire da Kensington dove il poeta ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, per arrivare alla chiesa di St. Stephen in Gloucester Road dove aveva l’abitudine di pregare e ascoltare le funzioni religiose. Bloomsbury, quartier generale della Faber and Faber, è ancora adesso una zona particolarmente letteraria, ormai forse un po’ meno affascinante ma pur sempre carica di suggestioni. Lì nasce la prima lettera londinese di Arbasino, che non dà spazio, forse volutamente, al carisma di Eliot, e riesce nella temeraria operazione di rendercelo umano e simpatico! In realtà per cogliere l’Eliot che tutti conosciamo attraverso le sue poesie, dobbiamo allontanarci da Londra, e scoprire East Coker – proprio come l’ultimo dei Four Quartets – nel Somerset. East Coker è il luogo d’origine degli Eliot prima che si trasferissero negli Stati Uniti. Il poeta è sepolto lì, nella cattedrale in limestone che sembra riuscire a racchiudere la sua eterna ricerca delle origini.
|
|
Read more...
|
|
Ci sono tante Madrid, diverse e contrarie, che fanno di questa città un enorme caleidoscopio. C’è una Madrid ricca e borghese, con i suoi luoghi di riferimento, i suoi negozi tirati a lucido, i suoi ristoranti di lusso. C’è una Madrid povera e schiva, con i suoi piccolissimi bar, dove vecchi alcolizzati, guardano con occhi lucidi lo schermo di una tv appesa a un muro. C’è la Madrid dei turisti, la Madrid dei cercatori di fortuna, la Madrid della droga e dell’alcool, la Madrid dell’arte e della letteratura, la Madrid degli anarchici, dei comunisti, degli estremisti. C’è la Madrid dei grattacieli, degli uffici delle multinazionali, dei centri di potere statali; la Madrid dei teatri, del flamenco, degli antiquari. C’è una Madrid per tutti e una Madrid che si scopre lentamente, vivendo nei suoi vicoli, frequentando i suoi meandri, andando a piedi nelle mattine silenziose.
La Madrid di cui parlo è la mia Madrid, una delle tante, certamente non l’unica.
|
|
Read more...
|
|